LA DEMOCRAZIA DEI TIGLI

Brevissime note sulla civiltà  dei Comuni rustici

Soprattutto in provincia, i Comuni attuali, spesso prodotto di moderni accorpamenti, non corrispondono territorialmente a quelli del passato, più facilmente invece richiamati da frazioni e parrocchie. Infatti, più piccoli e più numerosi di quelli di oggi, i Comuni rustici di un tempo formavano sul territorio una rete capillare di istituzioni di autogoverno popolare. La letteratura italiana notoriamente li ha celebrati attraverso i versi di Giosuè Carducci ispirati ai Comuni montani dell’antica Carnia. Come altrove in Europa anche in Friuli i Comuni rustici erano governati da un’assemblea di capifamiglia, essendo infatti il nucleo familiare ovvero il “fuoco”, il “fogolâr” si direbbe in friulano, e non la persona, il soggetto politico generalmente ammesso a concorrere alle decisioni comuni presso le collettività  rurali sino alle soglie dell’Età  Contemporanea. Un’assemblea dei capifamiglia era sostanzialmente anche l’originario senato romano quando l’Urbe era soltanto ancora una comunità  di pastori! Come altrove in Europa anche in Friuli, per secoli se non per millenni, l’assemblea dei capifamiglia di una comunità  era presieduta dal capovillaggio, sovente eletto dall’assemblea stessa oppure nominato ovvero confermato da autorità  superiori. Il capovillaggio era coadiuvato in genere da giunte o consigli ristretti e da un piccolo stuolo di magistrati e ufficiali comunali, tutti solitamente elettivi. Tra le incombenze del Comune rurale, oltre all’ordinaria amministrazione dei beni collettivi associata talvolta a prerogative di piccola giurisdizione, figuravano sovente anche obblighi in materia di difesa civica. In Friuli, poi, le comunità  rustiche eleggevano anche i propri rappresentanti nel contro-parlamento popolare regionale, la cosiddetta “Contadinanza”. Il Comune di Moruzzo nei tempi andati era territorialmente molto più piccolo di quello attuale, poiché non comprendeva le sue odierne frazioni, che costituivano comunità  a sé stanti, e tanto meno comprendeva i castelli ora rientranti nel suo territorio. Anche a Moruzzo, come altrove in Friuli e non soltanto, l’assemblea dei capifamiglia si chiamava “vicinia” ovvero “vicinanza”, mentre capovillaggio era il “cameraro”, altrove detto generalmente “degano” o “meriga”. Il rinnovo delle cariche avveniva di solito in occasione di ricorrenze significative per la comunità  locale quali feste patronali o date legate al culto di santi guerrieri come San Michele e San Giorgio. E a Moruzzo era proprio il giorno di San Giorgio, 23 aprile, la data deputata per l’annuale elezione del cameraro comunale e di quello parrocchiale, della guardia campestre, del banditore, dei giurati da affiancare al giusdicente che nello specifico era un ufficiale governativo, il Gastaldo di Fagagna, il quale, in giorni stabiliti, si recava in paese per tenere “placito” ovvero tribunale, appellandosi, secondo l’usanza friulana, al giudizio degli “astanti” costituiti in giuria popolare. Le convocazioni avvenivano al suono della campana e il luogo di riunione, a Moruzzo come altrove, era solitamente la piazza del paese, sotto i tigli, alberi considerati emblematici e sacri presso molte comunità  dell’area alpino-adriatica o mitteleuropea. E ciò avvenne senz’altro anche a Moruzzo, che idealmente, per lungo tempo, si identificò in un suo plurisecolare tiglio divenuto celebre per vetustà . Non a caso anche a Udine, capoluogo friulano inglobante non pochi antichi Comuni rustici divenuti poi borghi e frazioni, il ricordo di quelle storiche forme di democrazia campagnola, promosso eminentemente dal circolo universitario “Academie dal Friûl” e dal movimento culturale “Fogolâr Civic” sullo scorcio del passato millennio e all’alba del nuovo, è stato popolarmente riproposto proprio attraverso la riscoperta e la valorizzazione di quel simbolo arboreo sacro a Celti, Slavi e Germani. Quelle democrazie rurali, che un tempo celebravano i loro riti attorno ai grandi alberi di piazza, fondavano le proprie regole sulle antiche consuetudini locali, norme di civile convivenza tramandate oralmente di generazione in generazione nelle quali si identificava l’essenza stessa, l’identità , della comunità  paesana. Sviluppi politici e amministrativi portarono successivamente alla necessità  di codificare quelle norme orali, per cui si giunse diffusamente alla promulgazione di “statuti” ovvero di regole scritte. Data importante, quindi, nella storia della comunità  di Moruzzo dovrebbe essere quella del 19 aprile 1460, in cui la “vesinanza” dei capifamglia, riunita in piazza, alla presenza del Gastaldo di Fagagna, approvò la trascrizione in forma di statuto delle antiche consuetudini locali. Una data da ricordare.

dott. Alberto Travain

Riferimenti bibliografici (per la storia locale):

Vincenzo Joppi, Il castello di Moruzzo ed i suoi Signori, Udine 1895.

Paese e Borghi

Moruzzo - borghi: S. Ippolito, Calcina, Pegoraro Coranzano, Modotto, Monti, Muriacco,  Carbonaria, Tampognacco

Brazzacco (frazione) -  borghi:Colmalisio, S. Andrea, Nonesso

Santa Margherita  (frazione) - borghi: Telezae, Lavia

Alinicco (frazione)



Comunità  Collinare Fvg